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Per Amore del Verbo

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Il philologos è … colui che “ama il Verbo Divino” ed opera … in un contesto religioso … unificando tutte le potenze della sua anima, con al centro il suo logos, orientandole verso l’Amato, in modo da giungere all’unione perfetta, assimilante e integrante, con esso. La prassi che costituisce questo risultato divinizzante è la philologia, ovvero la disciplina attraverso la quale il soggetto, a partire dall’applicazione sulla forma iconica del verbo, ad esempio la parola detta o scritta, procede ad elevarsi nei diversi gradi di lettura della stessa, fino a penetrare in ciò che costituisce la sua essenza divina, il synthema essenziale del suo logos, nel quale risiede la verità immutabile dell’ente e la scienza divina ad esso inerente.
Secondo Varrone[1], esistono quattro livelli esplicativi del significato delle singole parole, verba. Al grado più basso si trova il significato più esteriore, quello materiale e sensibile, accessibile anche all’uomo comune, il quale rimane però al di fuori di ogni comprensione reale del vero significato del verbo e del modo attraverso cui in quell’ente si attua il Verbo Universale. Un secondo grado di esplicazione del senso è quello a cui si applicano i grammatici ordinari, i quali non oltrepassano la dimensione dell’immanenza materiale del Verbo, che essi affrontano nel piano dell’icona e dell’immagine, perciò rimangono limitati al solo senso temporale, transeunte e contingente, della parola, se la colgono effettivamente per ciò che risulta a questo livello. Il terzo grado di esplicazione è propriamente quello filosofico, per il quale il filologo giunge alla conoscenza della radice etimologica della parola, nella quale sussiste la sua ragione formale. Per giungere a tanto occorre penetrare filosoficamente nella ragione seminale della parola, in ciò che costituisce la natura simbolica e mediatrice dell’Idea divina trascendente, così si accorda la parola-segno al suo significante trascendente, del quale la parola, in quanto “ragione animica”, è veicolo. Il quarto e ultimo livello di esplicazione coincide con il senso arcano, divino ed essenziale, della parola, perciò con il suo synthema, nel quale sussiste la sua vera identità e la sua verità. Solo a questo livello si può veramente parlare di “conoscenza del Verbo.
I livelli della conoscenza filologica sono equiparabili ai gradi generali della conoscenza sviluppati dalla dottrina gnoseologica platonica.
Nel presente libro … introduciamo alla filologia religiosa tradizionale romana e alla cultura classica romana integrale finalizzata alla realizzazione dell’uomo universale… e tratteremo sinteticamente proprio del processo di elevazione dell’anima al Verbo Divino, attraverso i gradi della prassi filologica tradizionale…

In generale possiamo dunque distinguere due livelli della conoscenza religiosa, che sono acquisibili attraverso un processo filologico tradizionale specifico. Il primo livello ha un carattere divino, ieratico e arcano, ad esso si accede attraverso una disciplina esoterica e iniziatica precisa, il secondo livello ha una natura umana e riguarda il senso comune, umano, di ciò che si intende come “religioso”. Il primo approccio è riservato a pochi da molti secoli, il secondo approccio, più aperto ai molti, ha conosciuto alterne fortune nel tempo ed è stato assunto in diverse forme a seconda delle contingenze fatali e storiche. Solo nella dimensione più esteriore della filologia tradizionale è possibile che si produca un’azione corruttiva, ciò è avvenuto nel periodo moderno con l’assunzione del libero esame nei confronti delle Scritture Sacre, a cui sono seguite la critica razionalistica, quella illuministica e quella positivistica, forme di “critica” svolte da soggetti spesso incapaci di cogliere anche gli aspetti più esteriori della religione. Molte sono state le applicazioni esteriori al dominio della cultura, della civiltà e della religione romano-italiana, con la semplice luce della ragione naturale e con la sola Minerva crassa, dunque con una grammatica e una filologia distaccate completamente dai loro fondamenti religiosi, dai loro significanti trascendenti. Molti uomini profani, nel corso di alcuni secoli, hanno manipolato, alterato e corrotto, tutto il deposito letterario, storico, antiquario, giuridico, religioso, della tradizione religiosa romano-italiana. La filologia è una scienza e una prassi che nasce religiosa, prima della sua definizione esteriore nel periodo ellenistico, esisteva una filologia sacra utilizzata da millenni. Perciò la filologia non può essere ridotta ad una procedura profana, perché ciò costituisce una profanazione che ne annulla alla radice il senso e perciò la fa risultare tutt’altra cosa. La filologia profanata è una caricatura, una parodia della vera filologia religiosa tradizionale, essa ha solo la funzione di sovvertire la tradizione, facendo credere che uomini empi con criteri umani possano trattare di cose che non possono in alcun modo raggiungere dallo stato in cui si trovano.
Dobbiamo dunque distinguere nettamente una filologia sacra da una “filologia” profana, in ambito romano la prima ha avuto la sua origine con la prassi pontificale originale connessa alla cura dei libri sacri della religione, successivamente ha avuto il suo sviluppo in senso filosofico, a partire dall’accoglienza della filosofia pitagorica e, successivamente, di quella platonica e di quella stoica. L’assunzione della filosofia ha consentito di determinare e strutturare ciò che si può definire “filologia tradizionale romana”, della quale Varrone è stato il principale sistematizzatore, fondando direttamente sulla filologia ieratica di origine sacerdotale.
Lo studioso religioso della tradizione accede ai diversi gradi ermeneutici della stessa, ma deve tener presente che i gradi inferiori di senso dipendono sempre dai superiori e non possono essere isolati da essi, in special modo non vanno assolutizzati in modo esclusivo.
Una filologia filosofica staccata dalla filologia religiosa di carattere divino è mutila e si corrompe, mentre la filologia grammaticale senza alcun fondamento filosofico si riduce alla “materialità” dell’interpretazione letterale delle cose religiose, perciò produce la loro alterazione. A principio della disciplina filologica tradizionale romana deve essere sempre posta la filosofia pitagorico- platonica, quale base dell’ermeneutica regolare della tradizione autorevole, come hanno fatto i Padri. Per mezzo della prassi filologica filosofica, lo stvdiosvs potrà accedere al nucleo intimo della sapientia divina romana, vero fine dell’ascesi filologica che integra il filologo nel Verbo Divino Universale e gli permette di acquisire la gnosi veritiera del testo, la conoscenza del vero logos occulto nella parola.
La via filologica si è costituita quando la tradizione orale è stata fissata nelle scritture, le quali sono diventate poi la base dell’ascesi alla sapienza. La base di tutta la filologia sacra è perciò “la lingua sacra”, la quale, come ha fatto Varrone, deve essere trattata come una “materia iniziatica”, alla quale si può applicare correttamente solo il vero religioso, o, quanto meno, il filologo filosofo. Quest’ultimo si applica alla scrittura secondo il metodo opportuno, prima penetra nella dimensione simbolico-razionale del Verbo e poi, elevandosi alla contemplazione pura dell’essenza del Verbo, raggiunge il possesso della scienza sacra della lingua divina e, quindi, grazie all’intuizione intellettiva sovraumana, perfeziona nella certezza conoscitiva la gnosi scritturale.
La via della filologia iniziatica è ben descritta nel De Nvptiis Philologiae et Mercvrii di Marziano Capella, ma anche nelle principiali opere dei Padri, da Varrone a Nigidio Figulo, da Cornelio Labeone a Macrobio. Per l’amore religioso del Verbo Divino l’anima si innalza progressivamente nei diversi gradi di conoscenza della parola, raggiunge i diversi livelli di realizzazione anagogico-iniziatica della conoscenza del Verbo e perviene alla perfezione dell’ascesi filologica.
La “filologia scientifica” moderna non ha come fine questa realizzazione, in quanto essa è il risultato della negazione della filologia ieratica e iniziatica dell’antichità. Essa si è rinchiusa nella dimensione storica e materiale del mondo, ed è afflitta da una visione del mondo, dell’uomo e della religione, di tipo razionalistico e positivistico, che le rende impossibile penetrare adeguatamente ciò che sta oltre il limite della “ragione scientifica”. I filologi moderni, nelle loro procedure analitiche, linguistiche e letterali, anche quando tentano una penetrazione filosofica e religiosa del dato concreto e storico acquisito, rimangono sempre limitati alla ragione e ai suoi vari condizionamenti, perciò sono soggetti ad errare circa il vero significato sovrarazionale da attribuire alle sacre cose studiate. Per coloro i quali sono arrestati a questo confine valgono le parole di Dante, poste al principio del Paradiso:
O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca, tornate a riveder li vostri liti: non vi mettete in pelago, ché, forse, perdendo me, rimarreste smarriti. L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; Minerva spira, e conducemi Apollo, e nove Muse mi dimostran l’Orse. Voi altri pochi che drizzaste il collo per tempo al pan delli angeli, del quale vivesi qui ma non sen vien satollo, metter potete ben per l’alto sale vostro navigio, servando mio solco dinanzi all’acqua che ritorna equale[2]. [1] Varrone, De lingva latina, V, 7-9. [2] Dante, Paradiso, II, 1-15. Sommario
Introduzione
La natura metafisica del Verbo-Logos
I fondamenti metafisici della filologia sacra e la via filologica tradizionale alla divinizzazione
Filologia sacra e filologia profana
L’illusione di scientificità nella “filologia” antitradizionale e la corruzione della cultura classica integrale dell’uomo
Capitolo I – Le origini della filologia religiosa tradizionale
Capitolo II – Dalla filologia sacra alla filologia filosofica: la tradizione dell’oralità e le scritture religiose
Capitolo III – La costituzione della filologia filosofico-grammaticale nel periodo ellenistico e la definizione della figura del critico tradizionale
Capitolo IV – Le origini della filologia religiosa tradizionale romana
a. La “rivelazione” numana e la costituzione delle scritture divine originali della religione
b. L’esercizio della filologia ieratica sacerdotale e la custodia della sapienza divina romana
c. Dalla filologia ieratica alla filologia filosofica
d. Filologia e filosofia, il modello classico della tradizione e la regolarità della sua trasmissione
Capitolo V – Il periodo fondamentale della filologia tradizionale romana e il magistero di Varrone
Capitolo VI – La filologia tradizionale romana e la difesa e la continuità della tradizione
a. Il sapiens romanvs e il semplice litteratvs ervditvs
Capitolo VII – La definizione della romanitas classica e del canone autorevole degli avctores
a. Che cosa significa classicvs
b. Classicvs e romanitas, antiqvitas e traditio
c. La formazione del canone classico delle scritture e degli autori religiosi romano-italiani
d. Filosofia e tradizione della romanitas classica
e. Precisazioni circa il senso del classicvs, della romanitas classica e della sua tradizione
f. Sapientia, avctores, traditio
Capitolo VIII – La prassi filologica e culturale dal Principato di Augusto al primo periodo imperiale
Capitolo IX – La tradizione degli autori classici nel Basso Impero
Capitolo X – Il magistero dei Padri della transizione: l’opera di Macrobio e la definizione dell’esoterismo romano
Capitolo XI – La filologia ieratica, la cultura classica integrale e la divinizzazione dell’uomo romano-italiano
a. Gli stvdia hvmanitatis e la cultura spirituale integrale dell’uomo religioso b. L’organizzazione della tradizione delle scritture religiose autorevoli nel periodo di transizione dal IV al VI secolo e la definizione della prassi del “classicismo regolare” romano-italiano
c. La fede nel magistero degli Ottimi Padri, la formazione religiosa regolare e l’elevazione al Sommo Cielo
Capitolo XII – L’ascesa iniziatica della Filologia ieratica al Cielo Olimpico e il suo indiamento secondo la disciplina esoterica romana
a. L’opera di Marziano Capella e la filologia religiosa tradizionale
b. Il processo iniziatico che consente la realizzazione della divinizzazione attraverso la Filologia Sacra
c. La prassi filologico-iniziatica romana e la tradizione del De Nvptiis
d. Il De Nvptiis e la Divina Commedia
e. Il valore perenne del De Nvptiis e la sua attualizzazione nel tempo
Capitolo XIII – Trasformazione e continuità della tradizione religiosa romano-italiana
a. Trasformazione e continuazione della tradizione religiosa romano-italiana fra V e VIII secolo
b. La ridefinizione delle modalità della tradizione fra il IV e il VI secolo

F.to 17x24, pp. 224, Brossura filo refe